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 Da invisibile a credibile: come farsi scegliere sui social | Sabina Vaccari mi intervista

Da invisibile a credibile: come farsi scegliere sui social | Sabina Vaccari mi intervista

Da invisibile a credibile: come farsi scegliere sui social

Qualche giorno fa Sabina Vaccari (Executive Director delle Region BNI Milano Sud Est e BNI Roman Nord Ovest) mi ha intervistata davanti ai membri della mia Region BNI per parlare del mio libro “Social spark: da invisibile a credibile”.

Abbiamo parlato di paura del giudizio, personal branding, video, LinkedIn, Intelligenza Artificiale, filtri, vita personale e persino di quanto sia difficile premere quel famoso bottone rosso e pubblicare il primo video.

E alla fine siamo tornate sempre allo stesso punto: potete essere bravissimi nel vostro lavoro, ma se nessuno lo sa, per molte delle persone che potrebbero aver bisogno di voi continuate a essere invisibili.

Essere competenti non significa automaticamente essere visibili

È uno dei motivi per cui ho scelto proprio le parole “invisibile” e “credibile” per il titolo del mio libro.

In questi anni di lavoro, e anche grazie a BNI, ho incontrato tantissimi professionisti, imprenditori, artigiani e commercianti competenti, seri, preparati ed etici.

Persone che hanno storie da raccontare, esperienze da condividere e problemi che sanno risolvere molto bene. Eppure online quasi non esistono.

Se non li incontrate di persona, difficilmente saprete chi sono, che cosa fanno e perché potreste rivolgervi proprio a loro.

Ma c’è anche l’altro lato della medaglia: pubblicare tre post e due video non basta per diventare credibili.

La credibilità si costruisce nel tempo. Servono continuità, costanza e la capacità di raccontare alle persone che cosa sappiamo fare e come possiamo aiutarle.

Perché è così difficile esporsi sui social?

Durante l’intervista Sabina mi ha chiesto quale sia il primo ostacolo per chi decide di iniziare. Nella mia esperienza ce ne sono soprattutto due.

Il primo è molto pratico: “Non so come si fa”. Non tutti abbiamo lo stesso rapporto con la tecnologia. E no, non basta appartenere a una generazione più giovane per sapere automaticamente utilizzare bene i social.

Il secondo blocco è più profondo: la paura del giudizio. Quando pubblichiamo un contenuto, e ancora di più quando facciamo un video, ci mettiamo sotto i riflettori. Ci esponiamo. In qualche modo ci mettiamo a nudo.

Ed è comprensibile che faccia paura.

La domanda però è: perché lo stiamo facendo?

Non dobbiamo diventare influencer. Non dobbiamo farci vedere per il gusto di farci vedere. Vogliamo semplicemente permettere alle persone che potrebbero avere bisogno del nostro lavoro di trovarci, conoscerci e capire se siamo le persone giuste per loro.

Nell’epoca dell’intelligenza artificiale, la differenza la fa l’essere umano

E qui arriviamo a un tema che oggi considero ancora più importante.

L’Intelligenza Artificiale ci permette di scrivere testi, creare immagini, realizzare presentazioni, trovare idee e produrre contenuti molto più velocemente.

Fantastico!

La uso anch’io e credo sia importante imparare a conoscerla e utilizzarla bene.

Il problema nasce quando la trasformiamo in una scorciatoia: “Devo pubblicare un post. Lo faccio scrivere all’AI e faccio copia-e-incolla”

Risultato?

Contenuti formalmente perfetti. Scritti bene. Senza errori. E spesso terribilmente simili gli uni agli altri.

Durante l’intervista l’ho detto in maniera molto semplice: se tutto diventa perfetto, asettico e costruito, noi esseri umani possiamo distinguerci proprio tornando a essere umani.

Con la nostra faccia.

Con il nostro modo di parlare.

Con le nostre esperienze.

Con i nostri pregi e anche con qualche difetto.

L’AI può aiutarvi. Non deve sostituirvi.

Questo non significa che dobbiamo smettere di utilizzare l’Intelligenza Artificiale. Al contrario. Se non sapete cosa scrivere, può aiutarvi a trovare idee. Se avete scritto un testo “di pancia”, può aiutarvi a renderlo più chiaro. Se avete bisogno di organizzare un ragionamento, può darvi una mano.

È molto simile al processo che utilizzo anch’io: parto dalla mia esperienza, preparo un canovaccio, utilizzo l’AI per migliorarlo e poi torno sul risultato per rimetterci me stessa.

Non considero il testo prodotto dall’AI un “copia e incolla” pronto per essere pubblicato.

Perché l’AI non ha vissuto quello che ho vissuto io. E non ha vissuto quello che avete vissuto voi: sono proprio quelle esperienze a rendere un contenuto diverso da altri mille.

Su LinkedIn non parliamo alle aziende

C’è poi un equivoco che incontro spesso durante le mie consulenze.

“Sono su LinkedIn, quindi devo parlare alle aziende.”

Ma le aziende da chi sono fatte?

Da persone.

Anche quando comunichiamo in un contesto B2B, dall’altra parte dello schermo c’è una persona.

Ed è quella persona che deve capire chi siamo, come ragioniamo, come lavoriamo e se può fidarsi di noi.

Per questo continuo a ripetere una frase che per me è diventata quasi un manifesto: le persone non comprano dai loghi. Comprano dalle persone.

Metterci la faccia non significa essere perfetti

Anzi.

Durante l’intervista abbiamo parlato anche dei filtri e di quella ricerca della perfezione che per anni ha caratterizzato una parte della comunicazione sui social. Credo che possiamo cominciare a lasciarcela alle spalle. Non ci stiamo candidando a un concorso di bellezza. Un potenziale cliente non dovrebbe sceglierci perché in video siamo bellissimi. Dovrebbe sceglierci perché percepisce che siamo competenti, affidabili, etici, preparati e perché comprende che possiamo aiutarlo.

Questo è ciò che deve riuscire a passare attraverso i nostri contenuti.

Personale sì. Privato no.

Metterci la faccia non significa nemmeno raccontare tutto della nostra vita.

È una distinzione che faccio spesso con i miei clienti: personale e privato non sono sinonimi.

Posso parlare del mio lavoro e, contemporaneamente, mostrare alcuni miei interessi, raccontare un viaggio, una mostra che ho visitato o qualcosa che mi appassiona. Sono tutte sfaccettature che permettono alle persone di conoscermi meglio.

La vita privata, invece, può tranquillamente rimanere privata.

Il personal branding non consiste nel costruire un personaggio: consiste nel permettere agli altri di capire chi siete, cosa sapete fare, come lavorate e che tipo di persona troveranno dall’altra parte.

Non a caso, durante l’intervista ho raccontato che proprio il capitolo dedicato al personal branding è uno di quelli a cui sono più legata: è il punto da cui parto anche quando lavoro con i miei clienti.

Da dove cominciare, allora?

Non necessariamente dal primo video.

Prima di premere REC c’è una domanda molto più importante: con chi voglio comunicare?

Non dobbiamo parlare a tutti. Dobbiamo capire quali persone vogliamo raggiungere, che cosa possiamo fare per loro e come vogliamo essere percepiti.

Nel libro ho inserito proprio per questo alcuni questionari nati negli anni dalle domande che utilizzo durante le mie consulenze.

Poi si può cominciare. Anche da poco. Una foto durante un convegno. Un progetto su cui state lavorando. Una riflessione sul vostro settore. E, quando sarete pronti, magari il primo video.

E se vi registrate e non vi piacete? Benvenuti nel club!

È successo anche a me: siamo giudici severissimi di noi stessi. I miei primi video mi mettevano in imbarazzo, ma a un certo punto ho deciso di pubblicarli comunque.

Ed è successo qualcosa che non mi aspettavo: alcune persone che mi seguivano da tempo senza essersi mai palesate hanno iniziato a scrivermi e a incoraggiarmi. Quella risposta mi ha dato la spinta per continuare.

Da invisibile a credibile non succede in un giorno

Forse questo è il punto più importante di tutta l’intervista.

Non diventiamo credibili perché abbiamo aperto un profilo LinkedIn.

Non diventiamo credibili perché abbiamo pubblicato un Reel.

E non diventiamo credibili perché l’Intelligenza Artificiale ci ha scritto un post impeccabile.

La credibilità nasce dalla somma di tanti piccoli segnali ripetuti nel tempo.

La nostra competenza.
Le nostre esperienze.
Il modo in cui ragioniamo.
La continuità con cui ci presentiamo.
La capacità di essere utili.
La nostra voce.

E sì, anche la nostra faccia.

Perché più i contenuti diventeranno facili da produrre grazie all’Intelligenza Artificiale, più credo che avrà valore ciò che non può essere prodotto in serie: la persona che c’è dietro.

È anche per questo che ho scritto Social spark: da invisibile a credibile.

Non per insegnarvi a diventare influencer.

Ma per aiutarvi a fare in modo che, quando qualcuno avrà bisogno proprio di quello che sapete fare, possa trovarvi, conoscervi e avere un motivo per scegliervi.

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